🇮🇹 Viaggiare, fidarsi, cambiare: alcuni sconosciuti che mi hanno insegnato a fidarmi del mondo
Non parlare con gli sconosciuti.
È una delle prime regole che ci insegnano da bambini. Si tratta di una di quelle frasi pronunciate per proteggerci, per tenerci al sicuro dal mondo. È una regola che, purtroppo, hanno insegnato anche a me o almeno ci hanno provato.
Le persone di cui sto per parlare erano sconosciuti e, in fondo, lo sono ancora.
Nell'estate 2024 mi trovavo in Asia Centrale, in viaggio tra le ex repubbliche sovietiche. Ero in Uzbekistan, su un treno che da Samarcanda mi stava portando a Tashkent. Il mio piano era arrivare nella capitale uzbeka per poi attraversare il confine con il Kazakistan situato a pochi chilometri da lì. Su quel treno incontrai un ragazzo. Il suo nome oggi mi sfugge, ma ricordo che vive a Tokyo, dove gestisce un ristorante uzbeko.
Il profilo Instagram del ristorante è:
@samarkand_terrace.
Gli chiesi come raggiungere la frontiera con il Kazakistan. Avrei voluto attraversarla in giornata, ma era troppo tardi. Poi ero stanco, esausto e decisamente affamato.
Fu lui a propormi di andare a cena con alcuni suoi amici e di fermarmi a Tashkent per la notte. Accettai senza pensarci troppo. Mi portarono in un ristorante turco, dove cenammo tutti insieme. Provai a conversare, anche se non fu semplice: nessuno, a parte il ragazzo del treno, parlava inglese. Arrivò il momento del conto e tutti insistettero perché io non pagassi nulla.
You are our guest, mi dissero.
Non solo mi offrirono la cena, ma mi aiutarono anche a trovare un posto dove dormire per la notte e un mezzo per raggiungerlo. Era davvero troppo tardi per provare a raggiungere il confine. Questo è il trattamento che ricevetti da persone che probabilmente oggi non ricordano nemmeno il mio nome.
Eppure la storia non finisce qui. La mattina seguente raggiunsi la frontiera con il Kazakistan. Avrei dovuto attraversarla a piedi, come avevo già fatto per raggiungere il Tajikistan, ma quella volta fu diverso: c'erano una folla immensa, un caldo torrido e un formicaio umano in continuo movimento. Ero disorientato; non capivo dove andare né a quale sportello rivolgermi. La barriera linguistica sembrava insormontabile: lì la lingua internazionale è il russo e trovare qualcuno che parlasse inglese era tutt’altro che scontato. Ero probabilmente l’unico europeo in mezzo a centinaia di persone. Eppure non persi l’entusiasmo. Quando si viaggia, il mood conta moltissimo; così feci l’unica cosa che ritenevo possibile: chiedere aiuto.
Incontrai un ragazzo di origine coreana che parlava un po’ di inglese. Si chiamava Costantin e viveva a Shymkent, proprio la città che volevo raggiungere e che distava quasi 100 km dalla frontiera. Costantin mi offrì un passaggio. Da quelle parti è normale offrire passaggi agli sconosciuti. Salii in macchina con lui e il suo amico Yura, arrivato apposta per recuperarci. Arrivati a Shymkent, Costantin mi invitò a casa sua per una rinfrescata. Poi andammo a pranzo insieme, mi procurarono una SIM, mi portarono a vedere le montagne di Kaskasu, a 50 km dalla città, mi offrirono la cena e, come se non bastasse, mi pagarono anche il biglietto per il treno notturno diretto ad Almaty, la mia prossima destinazione, che avrei raggiunto dopo 12 ore di viaggio.
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🇰🇿 Foto scattata durante la gita a Kaskasu con Costantin e Yura |
Da buon europeo, ogni gesto di generosità mi faceva pensare che volessero qualcosa in cambio; invece no. L'unica cosa che volevano era accogliermi nella loro terra. Quando provavo a rifiutare, mi rispondevano con frasi semplici del tipo:
In Kazakhstan you don’t pay anything.
[In Kazakistan tu non paghi niente]
You are our guest.
[Tu sei nostro ospite]
We want people to come to Kazakhstan.
[Vogliamo che le persone vengano in Kazakistan]
Erano sconosciuti e io ero uno sconosciuto per loro; eppure mi hanno insegnato la forma più estrema di valori come accoglienza e inclusione.
Potrei raccontare molti altri episodi simili.
Ricordo quando, a Zanzibar, conobbi Alli, un boda-boda rider con cui mi ero accordato per un viaggio di andata e ritorno da Jambiani a Mtende Beach, un piccolo villaggio noto per la sua baia spettacolare, incastonata tra scogliere di roccia corallina e acque cristalline.
Durante il tragitto gli raccontai che mi sarebbe sempre piaciuto imparare a guidare il motorino, ma che da adolescente i miei genitori non mi avevano mai concesso quella possibilità.
Pensai che quelle parole si fossero perse nel rumore della strada, invece no. Con mio stupore, durante il tragitto di ritorno Alli si fermò in un punto isolato, dove rimanemmo per oltre mezz'ora. Mi spiegò con calma il funzionamento della sua moto e poi me la fece anche guidare. Lo fece con calma, pazienza, cuore e con una naturalezza disarmante, senza chiedermi nemmeno uno scellino in più rispetto al prezzo che avevamo concordato per il viaggio. In Tanzania molte persone vivono in condizioni di povertà, ma è proprio lì che ho imparato cosa significano davvero accoglienza e condivisione.
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| 🇹🇿 Io con Alli e la sua moto davanti al Kimte Beach Lodge a Jambiani |
A Jambiani mi sono recato due volte a cena al Karibu Restaurant, un ristorante locale gestito da un uomo di nome Hassan. La cosa bella di quel posto è che, quando prenoti un tavolo, vieni inserito in una grande tavolata insieme ad altri sconosciuti. Lì, la parola d’ordine è condivisione. Quella sera cenai con una famiglia francese e un paio di ragazze americane. Ricordo che avrei dovuto lasciare Zanzibar il giorno successivo, ma Hassan insistette affinché tornassi nel suo ristorante anche la mattina seguente. Inizialmente dissi di no, perché temevo di perdere il volo, anche se in realtà la paura più grande era lasciare un luogo capace di tirare fuori il meglio di me. Lui però insistette e io accettai.
La mattina seguente camminai per quindici minuti per raggiungere il ristorante e trovai la sua numerosa famiglia (aveva nove figli) intenta a preparare una torta per me. Rimasi davvero sorpreso.
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| 🇹🇿 La deliziosa torta preparata per me da Hassan e la sua famiglia |
Poco dopo Hassan mi riaccompagnò con il suo scooter al Kimte Beach Lodge, dove alloggiavo. Il lodge affacciava direttamente su una spiaggia paradisiaca ricoperta di sabbia chiara. Le acque dell'Oceano Indiano, che lambivano la riva, sfumavano dal verde acqua al turchese. Intorno c'erano palme rigogliose, una natura esuberante e una quiete avvolgente.
Proprio lì qualche giorno prima avevo ricevuto l’e-mail che mi comunicava l’assegnazione dell’anno di prova per l’immissione in ruolo come insegnante di sostegno. Avevo finalmente raggiunto la stabilità economica. Nonostante ciò, al bellissimo Aeroporto Internazionale del Kilimanjaro, nel momento in cui stavo per lasciare la Tanzania e tornare alla mia vita “tradizionale”, scoppiai a piangere così intensamente che un poliziotto mi fermò per accertarsi delle mie condizioni.
Oggi, a distanza di circa tre anni da quel momento e di due dal viaggio in Asia Centrale alla scoperta dell'antica Via della Seta, mi trovo al Krishna Village, una eco-farm induista immersa nella natura e situata tra Gold Coast e Byron Bay nel New South Wales in Australia, per continuare a inseguire questo sogno: vivere di viaggi, amore, condivisione, inclusione e crescita personale.
Se vuoi, puoi scrivermi in privato per prenotare una call gratuita, uno spazio di ascolto e confronto in cui capire insieme dove ti trovi ora e quale potrebbe essere il tuo prossimo passo, tra viaggio, identità e cambiamento consapevole. A volte basta una conversazione per iniziare a muoversi. Trovi il link del mio profilo Instagram e il mio indirizzo e-mail al termine del post.
Ripensando a episodi come quelli che ho raccontato qui, mi pongo una domanda:
Dobbiamo avere più paura di chi non conosciamo o di chi pensiamo di conoscere?
Scelgo di non rispondere. Lascio che siano le mie esperienze di viaggio e di vita a continuare a farlo al posto mio. Una cosa, però, voglio dirla: scegliete con cura i valori da trasmettere ai vostri figli, perché a volte sono proprio gli sconosciuti a insegnare la bellezza della generosità.
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| Ciao, sono Leopoldo Lagrimosa. È un piacere averti sul mio blog. Se vuoi scoprire il mio mondo da WanderLife Coach seguimi anche su Instagram: leofreetraveler Puoi anche scrivermi a leofreetraveler@gmail.com per prenotare una call gratuita, uno spazio di ascolto e confronto dove capire insieme il tuo prossimo passo tra viaggio, identità e cambiamento consapevole. 🇬🇧 Read this post in English |


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